Su una cosa vale la pena essere chiari, senza togliere poesia: il termine pinsa romana è diventato un nome di categoria moderno. La formulazione contemporanea è attribuita all'imprenditore Corrado Di Marco, che ha registrato il marchio nel duemilauno. Questo spiega perché, accanto ai richiami all'antica Roma che si sentono spesso, c'è anche una storia recente fatta di ricerca su impasti e fermentazioni.
In pratica, oggi la pinsa romana è riconoscibile per tre tratti: la forma ovale, l'alta idratazione e il mix di farine. Non è la pizza tonda che si assottiglia col matterello, e non è neppure la pizza in teglia romana: è un impasto pensato per essere arioso, con una superficie ampia che regge bene condimenti anche umidi.
Molte pinse nascono da un impasto che unisce frumento con farine come riso e soia. Non è un vezzo: il riso alleggerisce e aiuta la croccantezza, la soia contribuisce a un profilo proteico diverso e cambia la texture. Non tutte le miscele sono uguali, e in commercio esistono blend che dichiarano chiaramente frumento, riso, soia e componenti di pasta madre essiccata.
Il punto, per chi la mangia, è semplice: la pinsa non deve risultare panosa. Quando è centrata, è fragrante, si spezza bene, e non lascia quella sensazione di impasto compatto che a volte capita con basi troppo giovani o poco idratate.
Una pinsa riuscita di solito parte da un impasto molto idratato: spesso si lavora tra il settantacinque e l'ottanta per cento d'acqua, a seconda della forza della farina e del metodo. Più acqua significa più leggerezza potenziale, ma anche più delicatezza: l'impasto va maneggiato con rispetto, senza strapazzarlo, perché le bolle che si formano nelle quarantotto ore sono la sua ricchezza.